Buonanotte suonatori

Lei suonava il piano come nessun’altra. Le sue dita scorrevano sulla tastiera ed era come se volassero. Non leggeva lo spartito perchè i suoi occhi erano socchiusi, e lasciava che la musica le scorresse nelle vene e sgorgasse impetuosa come un torrente in piena. E mentre le sue mani sfioravano appena le note di quel pianoforte e la musica avvolgeva la stanza come un uragano, lei pensava a sè, alla sua vita complicata, ai suoi amori mancati e alla felicitá sottratta. E più ci pensava e più la passione incitava lo strumento, lo incalzava, ad ogni battuta le note erano colpi inferti, violenti. Le mani correvano, le dita bruciavano, il collo duoleva per la tensione, ma quello era l’unico modo che conosceva per gridare a tutti la sua voglia di piacere, di amare e di dimenticare. Il pubblico, che inizialmente aveva ascoltato con aria distratta, ora non potè far a meno di farsi travolgere da quella piena. La stanza ora non esisteva più, essi non erano più lì, la musica li aveva sollevati dalle loro sedie e come in un turbinio di sensi si lasciavano trasportare. Ora su, ora giù, insieme a lei e alla sua foga, come in un amplesso carnale e spaventoso, sempre più veloce e senza mai fine. E mentre le note si attorcigliavano alle sue dita come per afferrargliele ella vagava con la mente. Ora era all’amore della sua vita, l’unico e grande, svanito troppo presto, ora era alla sua infanzia, cupa e dolorosa, fatta di silenzi, di paura e di speranze. E la musica corre sulle corde del piano, picchiano i martelletti all’interno della lunga coda del pianoforte, sembrano non avere pace, quella pace che tanto lei avrebbe desiderato, quella gioia che spesso le è stata negata.

Il pubblico è in estasi. Nessuno emette un fiato. 

Ogni singolo spettatore sta vivendo di lei ogni istante di vita: gioia, rabbia, amore e paura.

Le luci nella sala sono spente, l’ unica fonte luminosa è sopra quel palco, come una stella ferma nel cielo della notte alla quale tutti si rivolgono attratti e sognanti. 

Il legno lucido del pianoforte riflette quella luce fondendola alla musica, e restituendo tutto a quel pubblico bramoso. 

Ora è impossibile distogliere lo sguardo. Se la bellezza si misurasse in accordi quella donna sarebbe una dea, e il pianoforte il suo schiavo. 

I toni ora si abbassano, le note si fanno più grevi, le dita trovano un po’ di pace prima del gran finale.

Qualcuno riprende fiato, aspetta la conclusione. Ma la musica si rianima, riprende vigore e grida con tutta la forza il suo finale imperioso. 

Per un attimo scende il silenzio in tutta la sala, il piano è lì, in attesa, ed ella sfinita ha il capo chino sulla tastiera, le braccia inermi dopo tanta fatica.

Ed ecco che dopo qualche esitazione l’applauso arriva, scrosciante, riconoscente. Quel volo di musica travolgente ha lasciato tutti sconvolti e commossi. 

Le luci si riaccendono timide, e qualcuno si fa strada verso l’uscita.

Lei è ancora là, seduta sul suo sgabello, gli occhi bassi a fissare i tasti bianchi. La luce sul pianoforte si spegne e con la luce anche l’ultimo spettatore se ne va….

Lei si alza, sorride dolcemente…..buonanotte….suonatori

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Una donna, una regina

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La regina Margherita di Savoia si innamorò di questo luogo non appena lo vide. Le montagne tutt’intorno sono un tappeto verde che sembra di velluto. Le pinete sfoggiano mille diverse tonalitá di verde e sulle cime piú alte le nevi perenni dominano maestose riflettendo la luce e restituendola più brillante che mai.

La pace ed il silenzio che regnano ti inducono a parlare sottovoce per portare rispetto a quella natura così bella e rigogliosa.

Non a caso la sovrana insistette anni con il marito, l’allora re Umberto affinchè le costruisse una dimora, ove trascorrere le vacanze e deliziarsi di quel magnifico posto.

Il re acconsentì. La regina stessa ne seguì i lavori e tutto fu eseguito secondo le sue disposizioni.

Ciò che ne derivò è un castello bellissimo, sobrio ed elegante, in una posizione privilegiata, dal quale si può ammirare il ghiacciaio Lyskamm.
Ci incamminiamo sul sentiero ripido che ci conduce all’ingresso del castello pronti per esplorare quel meraviglioso gioiello incastonato nella pineta. Il profumo di resina circonda tutta la vallata. La guida, un signore molto preparato tradisce fin da subito una notevole simpatia ed un grande affetto per la regina Margherita, nonché una certa riconoscenza. La venuta di sua maestá alla fine dell’Ottocento in questo luogo é stata fondamentale per lo sviluppo e l’economia di Gressoney Saint Jean, piccolo paese ai piedi del Monte Rosa.

Prima della visita indossiamo le soprascarpe, per preservare il meraviglioso pavimento in legno. La guida ci fa strada tra le stanze che un tempo hanno ospitato i sovrani, e molti loro illustri ospiti; un Giosuè Carducci, tanto per dirne uno!

Ampi caminetti, tavoli in legno massiccio, qualche sedia, panche, soffitti a cassettoni, stemmi di famiglia ovunque, perfino il tavolo da biliardo, perfettamente conservato.

Arriviamo nel salone con la grande scalinata in rovere, sapientemente intagliata, imponente, regale, profuma di legno e cera.La luce che penetra dalle finestre a cattedrale è calda ed accogliente, e ne veniamo investiti piacevolmente. 

“Hic manebimus optime” si legge al piano superiore, ad indicare che in questo luogo si sta bene.

La bella luce riempie anche la grande veranda circolare, dove ti vorresti sedere e non uscire mai più, per godere di tanta pace. 

Ed infine arriviamo alla camera della regina, dove un suo gigantesco ritratto ci dà il benvenuto. È ritratta in montagna, durante una delle sue escursioni di cui era appassionata. Ha il cappello per il sole, i capelli raccolti in una treccia e il bastone da camminata in mano. Ha un sorriso sereno, pacato. È una donna decisa, è forte e ama la natura. Impone rispetto e garbo. Camminiamo quasi in punta di piedi restando in silenzio, quasi per non disturbare la quiete di quella stanza, quasi a non voler violare un luogo tanto intimo e privato. Le sue vesti giacciono ancora nella stanza da bagno, come se da un momento all’altro ella dovesse indossarle. Una lunga sottoveste con la balza è appoggiata al separè, il catino e la brocca dell’acqua pronte per la toeletta della signora. La tenda della vasca da bagno appena scostata, come a nascondere una pudica visione. L’inginocchiatoio sotto la finestra rimane in attesa dell’estrema preghiera. 

Ci sentiamo di troppo in quell’ambiente e cosí torniamo sui nostri passi lasciando quella camera alla sua legittima proprietaria, che ci congeda con un sorriso discreto e amichevole appoggiata alla parete. 

Finiamo la nostra visita e torniamo sul piazzale antistante il castello. 

Mentre ci incamminiamo sulla via del ritorno voglio pensare che lei, così legata a quel luogo, tanto da farne la sua dimora preferita, sia ancora lì. Che alla sera, quando le luci si spengono e l’ultimo turista si è allontanato, lei si delizi ancora di quella vista meravigliosa, e che sospiri ancora affanciandosi da una delle sue finestre rivolte alle grandi montagne. 

Per quanto riguarda noi, torniamo alle nostre vite grati di tanta bellezza, sia naturale che artistica, consci di aver arricchito ancora un pò il nostro piccolo e modesto bagaglio, siamo stati veramente bene.

Avevi ragione Margherita:” hic manebimus optime”!

  

Fritz, l’elefante

 

 Sabato pomeriggio. La nostra solita voglia di vedere, di scoprire, di fotografare. E cosí la scelta cade nuovamente sul palazzo di caccia di Stupinigi di Torino. Maestoso, elegante ed opulento ci accoglie. I trompe l’oeil sulle pareti ingannano l’occhio, i soffitti affrescati obbligano a stare col naso all’insù e quando si arriva nel grande salone delle feste non si puó fare a meno di farsi coinvolgere dalla ricchezza di tutti i particolari,eccessivi e fastosi. Il grande candeliere sospeso un tempo accoglieva decine di ceri accesi che richiamavano gli altrettanti numerosi candelabri posti sulle colonne. La luce all’interno di quel salone aveva un nonsoché di magico, e se si socchiudono gli occhi sembra perfino di percepire la musica che allietava le sere d’estate e accompagnava i balli di dame e damerini. 

Passiamo dalla camera da letto col pesante baldacchino, dal bagno con vista sul parco, ove Paolina Borghese soleva trastullarsi tra sali profumati e oli speziati, dalle stanze cinesi, dove l’arredo e le tappezzerie sono rigorosamente in stile orientale e, sotto gli occhi severi dei nobili ritratti alle pareti, usciamo sul grande piazzale antistante l’ingresso principale terminando così la nostra visita dell’interno della reggia. 

Il grande cervo che sovrasta il palazzo è fermo nella sua posizione, saldo ed imponente, scruta l’orizzonte e chissá quanta storia hanno visto quegli occhi immobili. 

Ci rechiamo verso le scuderie, che da qualche giorno ospitano un’altra mostra. 

Ci accoglie un’atmosfera diversa, la luce é bassa, volutamente, e l’odore di paglia penetra nelle narici. Una musica tetra è la colonna sonora di quell’ambiente. Pochi passi e siamo di fronte al grande protagonista di questa mostra:”Fritz”, l’elefante. 

Un immenso pachiderma riproduce fedelmente quella che fu l’attrattiva principale per diversi anni in quel palazzo. 

Dono del vicerè d’Egitto, tale Mohamed Alì, al re Carlo Felice, l’animale fu portato in cittá per il gusto e il divertimento dei nobili e non solo. Era l’epoca in cui fregiarsi del possesso di animali esotici era una moda, quantomeno frivola e discutibile, che metteva spesso a rischio la vita degli animali stessi.

Fritz fu l’animale esotico più grande mai ospitato a corte, insieme ad una fitta schiera di uccelli, felini, bradipi e perfino ad un rinoceronte. Per questo gli fu adibita una sistemazione ad hoc, furono murate alcune finestre per le sua sicurezza, e all’esterno fu costruita un enorme vascone ove il pachiderma potesse bagnarsi e rinfrescarsi. 

Mi avvicino a questo gigantesco finto animale, e la tristezza mi assale. 

I suoi occhi, per quanto ricostruiti, esprimono una pena infinita, e non posso fare a meno di pensare all’ennesima forma di crudeltá operata dall’uomo nei confronti degli altri esseri viventi, al solo e unico scopo di un proprio divertimento. 

Non posso far a meno di pensare che Fritz sarebbe stato assai più felice nel suo habitat naturale, in compagnia dei suoi simili, cibandosi di ciò che la sua terra gli metteva a disposizione

E invece fu solo, sempre, unico esemplare della sua specie in un ambiente completamente estraneo, in un clima diverso, nutrito secondo un’alimentazione “moderna”, che lo portò ad avere dei problemi, a volte molto gravi, che gli fecero rischiare la vita. Portato in bella mostra in mezzo alla gente, attrazione pubblica suo malgrado, divertimento per grandi e piccini, nobili e plebei. 

Fritz fu soppresso, in seguito a comportamenti aggressivi nei confronti del suo guardiano, dopo più di vent’anni di prigionia. Alla fine si trattava “solo” di un elefante. 

E i suoi occhi oggi ti raccontano proprio questo. Provano a chiederti cosa tu, al suo posto, avresti fatto…

Accettare fino alla morte quel destino crudele o impazzire fino alla morte, per liberarsene una volta per tutte e tornare a correre nel branco libero e possente?

Una giornata da re

Palazzina di caccia di Stupinigi

La luce di quel tramonto estivo donava al palazzo una luce magica.Tutto era pronto per la grande festa in onore del re. Egli aveva partecipato alla più grande battuta di caccia al cervo mai organizzata e tutti gli ospiti erano intenti ad indossare i loro abiti migliori.I raggi dell’ultimo sole inondavano ancora prepotentemente il grande salone, illuminandolo di una luce immensa e bellissima, quasi mistica. Ogni dipinto, ogni nicchia, ogni magico gioco di trompe l’oeil sembrava prendere vita da quella luce magnifica. Da lì a poco il grande candeliere di cristallo, sospeso al centro della grande volta affrescata, avrebbe preso vita, ed ogni singola fiamma di ogni singola candela avrebbe danzato al suono della musica.
La festa era iniziata ed ora il grande salone brulicava di bellissime dame dalle ampie vesti e dagli scintillanti gioielli, i nobili signori discorrevano impettiti con le loro parrucche incipriate e le eleganti livree. Il re stava per entrare e tutti lo avrebbero acclamato

.Il cervo che aveva inseguito per ore era il più grande e fiero esemplare mai visto.


Ma quando sua maestà fece il suo ingresso e la musica cessò, tutti notarono i suoi occhi tristi. Nessuno potè fare a meno di percepire la sua frustrazione.
Centinaia di occhi si incrociarono all’unisono, quasi a cercare risposte e a porre domande.
In men che non si dica si diffuse tra gli astanti la voce che il re aveva mancato il cervo. Benchè egli fosse un ottimo tiratore e benchè l’animale fosse a pochi metri da lui, aveva mancato il bersaglio….strano


Quando all’improvviso come un’apparizione, sulla soglia della grande porta vetrata, che si affacciava sul viale del palazzo, apparve una figura maestosa, assai più regale del re stesso. Se ne stava fermo all’ingresso, altero, i muscoli tesi. Il silenzio era totale. Il re gli si avvicinò, tendendogli la mano, e il superbo animale si inchinò sulle ginocchia anteriori,abbassò la testa e a modo suo ringraziò quell’uomo per avergli reso salva la vita, per averlo risparmiato…
Fu in un secondo che nell’ombra sparì, le danze ripresero e quella notte diventò veramente una notte magica.”

Contapersone

Ho un dubbio che mi attanaglia: dal momento che dobbiamo segnare con una crocetta tutti gli ingressi in negozio(non abbiamo il contapersone), come devo comportarmi nei seguenti casi?:

il bambino che prende la rincorsa e si lancia sulle poltroncine del negozio è da considerarsi ingresso o tuffo carpiato?

la signora che si affaccia dentro al negozio facendo ben attenzione a non varcare la soglia neanche con l’unghia dell’alluce, sia mai che debba salutare o rivolgere la parola è da considerare ingresso o simulazione ?

il signore che entra telefonando, guarda tutto telefonando ed esce telefonando è da considerare ingresso o ricerca di una perfetta ricezione?

i tizi che entrano a chiedere ogni genere d’informazione( il bagno, l’uscita,il bancomat, la

metro, la cupola, il cinema) sono da considerare ingressi o salvataggi estremi?

il cane che entra per strofinarsi sul tappeto e se ne esce è da considerare ingresso o accesso all’area attrezzata?

e soprattutto, se mozzo la mano di quelli che toccano in vetrina è da considerare reato o legittima difesa?

Grazie in anticipo a chi mi risponderà😂😂

Ali nella notte

Premessa.

L’idea è quella di unire due passioni, in questo caso quella mia per lo scrivere e quella di Ale, mio compagno di vita, per la fotografia. Ad ogni suo scatto particolarmente emozionante, io provo a descrivere ciò che in quel momento la mia fantasia suggerisce.

Stiamo spesso in silenzio, per molti minuti, lui ad aspettare la luce giusta e la migliore inquadratura ed io attendo che ciò che stiamo immortalando mi regali delle visioni.

Ne nasce una sorta di sinergia  d’anime in cui l’emozione sensoriale la fa da padrona col quale spero di trasmettere il più possibile le sensazioni provate.

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Il sole era ormai calato da un pezzo dietro le montagne e solo adesso l’aria cominciava a rinfrescare. Era stata una giornata molto calda e le guardie del castello finalmente potevano godere del fresco serale. I pesanti archi alle loro spalle ora  si facevano sentire e le gambe stanche duolevano insistentemente. Un cinguettare di uccellini faceva presupporre una serata tranquilla, nessun visitatore era atteso alle porte del castello e i signori si erano ormai ritirati nelle loro stanze. Le fronde del grande albero nel cortile danzavano la musica del vento. Presto ci sarebbe stato il cambio della guardia, i soldati avrebbero potuto rifocillarsi nella grande cucina e magari bere un paio di boccali di buon vino. Le fiaccole sarebbero state accese per illuminare la notte, e la luce intorno alle mura avrebbe reso tutto quel piccolo mondo molto magico. Quando all’improvviso un suono felpato e vibrante scosse l’aria tutt’intorno. La guardia che sovrastava la torre si fermò immobile per poter percepire anche il minimo rumore sospetto. Cercò di non emettere alcun fiato e il respiro gli si bloccò in gola. Un battito d’ali….e poi un altro…ma non il solito rumore d’ali d’uccello, non il tipico suono che l’aria crea tra le piume di qualche pennuto. Si trattava stavolta di qualcosa di più strano, e se solo la guardia non fosse nato, cresciuto e vissuto da sempre tra quelle montagne al servizio del duca, avrebbe potuto dire che era lo stesso rumore del vento che sbatte contro la vela di una grande triremi.

L’uomo, si voltò su sè stesso, per individuare la fonte di quel suono tanto strano. Di fronte a lui, i volti scolpiti nelle pareti del castello parevano guardarlo attoniti, stupiti ed immobili anch’essi. Provò a fare due passi lungo il cammino di ronda, per avvisare il compagno di guardia sull’altra torre. Appena  in tempo per vedere una figura gigantesca spostarsi dalla torre del vessillo alla colombaia. La strana creatura si levò improvvisamente in volò e si lanciò in picchiata giù per la vallata.

Un’enorme drago alato stava sfruttando le correnti per lasciarsi guidare sulla fitta boscaglia sottostante. Ora le sue grandi ali distese si appoggiavano sull’aria e si lasciavano guidare leggere. Gli occhi della creatura erano verdi come l’acqua di un grande lago alpino e le sue squame lucide rilucevano  nella  sera quasi a cogliere la luce del sole ormai tramontato, e la sua coda possente fungeva da timone per la via del cielo.

Terrorizzato l’uomo diede l’allarme, e subito tutti i compagni di guardia e quelli all’interno del castello si assieparono al riparo dei grandi merli. Erano anni che un drago non faceva la sua comparsa in quelle terre. Gli archi tesi scoccarono all’unisono le frecce mancando il bersaglio ormai troppo lontano. Di quel gigante alato ormai si intravedeva solamente più l’elegante profilo, e il suo battere d’ali echeggiava in lontananza. Non fece mai più ritorno, a quel castello.

Solo qualche settimana più tardi un messaggero giunse alle porte del castello. Portava la notizia che un drappello dell’esercito nemico era stato ritrovato privo di vita alle pendici della vallata. L’intenzione era stata quella di attaccare di notte il castello, complice l’oscurità, ma pare che qualcosa avesse bloccato il suo avanzare. I soldati erano stati fermati da uno strano fuoco, apparentemente mai appiccato, che aveva ridotto il drappello ad un resto di ceneri. Da quel giorno un nuovo stemma fu apposto sul portone del castello, un drago ne proteggeva l’ingresso e un fuoco ne purificava lo spirito.

il mio Trabocco

Ale La Spina

in visita a Pescara, scoprendo simil palafitte dal sapore esotico. inevitabile desiderarne uno tutto per se, per farne ciò che si vuole.

lo vedrei trattoria rustica, dove al tramonto inizierei a servire aperitivi seguiti da cene a km 0.

lo vedrei come rifugio da stress e inquinamento acustico tipico male di noi metropolitani.

lo vedrei come circolo di inventori nel quale trovare ispirazioni ed idee.

lo vedrei comunque così, proiettato ad ovest a raccogliere fino all’ultimo raggio di sole.

il mio trabocco .

Il trabocco è un’imponente costruzione realizzata in legno strutturale che consta di una piattaforma protesa sul mare ancorata alla roccia da grossi tronchi di pino d’Aleppo, dalla quale si allungano, sospesi a qualche metro dall’acqua, due (o più) lunghi bracci, detti antenne, che sostengono un’enorme rete a maglie strette detta trabocchetto.

Il trabocco è tradizionalmente costruito col legno di pino d’Aleppo, il pino comune…

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